Copertina courtesy Galleria Massimo Minini

Paolo Novelli, Il giorno non basta, mostra in corso, photo credit Petrò Gilberti, courtesy l’artista e Galleria Massimo Minini


Ecologia e cambiamento
Marco Papetti
Anche senza condividere i presupposti della filosofia di Severino, ci si può servire di questa posizione per definire meglio i tratti di un paradigma filosofico che cerchi di rispondere alla crisi ecologica odierna. Se è evidente che il trionfo della volontà di potenza causato dall’incontro tra la filosofia-sottosuolo del nostro tempo e la tecnica non può in alcun modo portare a una relazione ecologica tra la produttività umana e il mondo, è però necessario chiarire quale sia precisamente il discrimine tra la situazione immaginata da Severino e una razionalità ecologica, benché possa apparire scontato.
Paul Polansky
Nel libro della sua storia, dopo la giovinezza scapestrata, risse pugilato autostop, e il nuovo avventuroso inizio in terra di Spagna questo è il terzo capitolo. La denuncia, la ricerca dei sopravvissuti, la lotta per la difesa dei diritti dei rom e il battesimo poetico: Living Thru It Twice, del 1998, è il suo primo libro in versi. Nel 1999 viene chiamato dall’Alto Commissariato per i Rifugiati in Kosovo come intermediario tra le istituzioni e le enclave rom perseguitate.
“Ciò che mi interessa è la costruzione di una società in cui la creatività è una condizione di massa e non un dono riservato a pochi eletti, anche se la metà sono donne”, così scrive Silvia Federici in Rimettere il femminismo in piedi, individuando inoltre nella collaborazione una strategia per incrementare efficacemente la potenza delle donne nelle lotte di sottrazione alle logiche borghesi-capitalistiche. È ancora dal femminismo che derivano numerosi stimoli per ripensare a una liberazione della creatività e mi riferisco, in questo caso, al prezioso archivio della rivista Effe.




Contropelo, , Installation view mostra e performance, GALLLERIAPIÙ, 2020. PH Stefano Maniero
Ivana Spinelli ha vinto la seconda edizione del Carol Rama di Fondazione Sardi per l’arte contemporanea ad Artissima 2021, un riconoscimento ambito che corona una carriera coerente, impegnata e interdisciplinare.

Il celebre psichiatra statunitense Irvin D. Yalom, così attento nella pratica terapeutica e nella sua scrittura ai grandi temi del "negativo", ha distinto tre diverse forme dell'isolamento: l'isolamento interpersonale – la solitudine come distanza dalle altre persone; l'isolamento intrapersonale – spesso trattato nella psicopatologia in quanto eliminazione, da parte del soggetto, di intere parti di sé; e infine l'isolamento esistenziale. Riguardo a quest'ultimo, egli scrive: "L'isolamento esistenziale si riferisce a un abisso incolmabile tra un individuo e ogni altro essere, ma anche a un isolamento più fondamentale, una separazione tra l'individuo e il mondo" (Irvin D. Yalom, "Psicoterapia esistenziale", Neri Pozza, p. 433).
La pandemia definisce un passaggio e, come ogni passaggio, determina atteggiamenti contrapposti. Fa sorgere, istintivo, uno sguardo rivolto all'indietro, che reclama il ritorno a una normalità in procinto di perdersi, e lascia apparire inquietudini che cercano di interrogarsi sugli orizzonti possibili che l'incertezza ancora nasconde.

Studio Azzurro, Il colore dei gesti, Ph. Studio Azzurro
Tre opere scandiscono l’ambiente sensibile pensato da Studio Azzurro per inaugurare il nuovo spazio Think Tank di Monopoli (Bari). La mostra prende il titolo di Meditazioni Mediterraneo e si colloca all’interno della riflessione – avviata nel 2002 e gemellare al progetto Rivelazioni Mediterraneo – che cerca di riportare alla luce, quasi con fare archeologico, le contraddizioni di cui da sempre è teatro il Mare Nostrum: scontri e incontri, affinità e divergenze tra culture differenti.

Ragionando collettivamente, un po' di anni fa, sul motivo del “mostro” (in Ubaldo Fadini, Antonio Negri, Charles T. Wolfe, a cura di, Desiderio del mostro. Dal circo al laboratorio, alla politica, Manifestolibri 2001), alcuni suoi caratteri, tra i tanti, emersero con particolare evidenza e vorrei qui di seguito segnalarli. Quello iniziale è dato dalla constatazione che al momento della dichiarazione interessata – dalla parte dei potenti – che la vicenda storica si è conclusa e che tutto ciò che vive, pure naturalmente, deve portare a lasciar credere ad un modo complessivo di fare esperienza definito una volta per tutte.
Stand up è il titolo della recente traduzione italiana di due scritti di Nathalie Quintane del 2014. Il primo testo, intitolato appunto Stand up, racconta Una visita di Marine Le Pen in provincia; il secondo ha invece un titolo meno esplicativo, Le preposizioni, e parla di povertà. Si tratta di uno scritto, forse non sufficientemente noto, che è in grado di cogliere un nodo centrale del problema della povertà e delle sue narrative.

Tarocchi © Marco Libardi, 2021
L'esperimento di racconto combinatorio, in cui ogni elemento – ogni sequenza – ha valore in sé ed è al contempo parte di una struttura più grande mi ricorda, in un qualche modo, uno dei modi della narrazione seriale a fumetti, soprattutto – ma non esclusivamente – supereroistica. E questo sia per struttura intrinseca che per l’approccio alla lettura che quella struttura suggerisce.

Christian Dotremont, Liberté des Figures, 1976, collezione privata
L’importanza recentemente assunta in poesia dal fenomeno della scrittura asemica, anche grazie all’attività svolta da Marco Giovenale, mi porta a riflettere su uno dei pionieri di questa tendenza nata al confine con le arti visive. Si tratta di Christian Dotremont (1922-1979), poeta e pittore belga cui spetta il merito di avere tenuto a battesimo e coordinato il nucleo fondativo di CoBrA, gruppo di artisti tra i più rappresentativi dell’Informale europeo.

Senza Titolo (La Pittura 5)
Carmen Lorenzetti
La mostra STOP PAINTING alla Fondazione Prada di Venezia è congegnata in maniera esemplare dall’artista svizzero Peter Fischli, che per rendere evidente in modo programmatico la macchina espositiva, propone al piano terra il modellino della mostra che si staglia davanti allo sfondo di tessuto del “quadro” di Emil Michael Klein, estrema propaggine di tutta una tradizione iniziata con Blinky Palermo negli anni 60 (di cui c’è un esempio al piano nobile). Già all’entrata è evidente il gusto teatrale e paradossale di fine drammaturgia con cui Fiscli interpreta il progetto.


Francesca Rigotti si è cimentata con il termine «buio», sdoganando questo concetto dall’alone pessimistico che lo segue in tempi di pandemia, che lo rende metafora vivente di oscurantismo: «Il buio ci serve per pensare, ed è qui che il suo sapere risuona con maggior vigore: per concentrarci, entrare in rapporto col nostro centro, chiudiamo gli occhi, come se il buio producesse una capacità di visione interna. Chiudiamo gli occhi anche per assaporare più intensamente il piacere, di un rapporto amoroso o dell’ascolto di un brano musicale... ».
Yakov, o della libertà
Margherita Pascucci
In questi giorni sembriamo dimenticare che costruire la propria libertà passa costitutivamente attraverso la creazione della libertà per gli altri. Ma è difficile comprendere quell’univocità della mutua immanenza (il continuo amore, direi, tra natura naturans e natura naturata) che permette a tutti e a ciascuno di essere liberi, mutualmente e immanenti. È quel diventare minoritari e rivoluzionari, l’essere di sinistra, avrebbe detto Deleuze, che ‘percepisce prima l’orizzonte, all’orizzonte’, e soltanto dopo se stesso.
Un lavoro collettivo appena pubblicato (AA.VV., La beauté d’une ville. Controverses esthétiques et transition écologique à Paris, Paris, Pavillon de l’Arsenal et Wildproject, 2021), collegato all’omonima mostra che si può vedere fino a Febbraio 2022 al Pavillon de l’Arsenal, ci suggerisce invece che forse siamo entrati in una fase nuova; forse la Parigi di Charles Baudelaire, di Siegfried Kracauer e di Walter Benjamin, la cui modernità aveva uno spessore fatto di complessità, di ambiguità e di contraddittorietà, stava solo dormicchiando e finalmente torna a timidamente riaffiorare?


Sophie Ko, Il rezzo della terra, 2021, particolare, ph. Paolo Panzera
Sophie Ko. Corrispondenze
Enrico Camprini
Sophie Ko riesce a innescare nelle sue opere processi che hanno molto a che vedere con lo stabilire corrispondenze. Anzitutto, tra se stessa e i componenti di cui il suo processo creativo si nutre quali colori, elementi vegetali, ceneri, terra. L'attenzione verso la materia dell'opera, il modo in cui essa traspare ed è messa in risalto ne sono testimonianza. Nel caso dei lavori di Sophie Ko – e credo sia questo il motivo del loro fascino – la corrispondenza, o qualche cosa di simile, si innesca anche con lo spettatore.

L’esito del G20 appare deludente solo per chi, come gran parte dei nostri commentatori, si illude che i rapporti di forza sul piano globale possano essere mediati da un’assemblea plenaria, i cui membri sono stati selezionati anni orsono con criteri abbastanza arbitrari. Se qualcosa emerge da tale incontro è precisamente la sua scarsa rilevanza. Basta scorrere la lista degli assenti per certificarne il significato meramente simbolico.
Come è ormai evidente, la street art è a pieno titolo un capitolo della storia dell’arte. Ha un florido mercato, gallerie specializzate e collezionisti appassionati. Non è difficile immaginare che, nel giro di qualche anno, le opere di Banksy o di Blu compariranno anche nei famigerati libri scolastici di “educazione all’immagine”, responsabili dell’indifferenza nei confronti dell’arte (quando non dell’antipatia) di generazioni e generazioni di studenti.
In questa nuova veste addomesticata, la street art (o ciò che ne resta) si è immediatamente messa a disposizione delle istituzioni. La scuola, in un tempo non così lontano, la demonizzava.
Cerimonia è tratto dal libro di poesie di Massimo Palma, Movimento e stasi, apparso nella collana ‘Poetica’, diretta da Gabriel Del Sarto e Niccolò Scaffai, per i tipi di Industria & Letteratura, nel giugno 2021. Movimento e stasi affronta i fatti di Genova 2001 e il loro uso nei ricordi. Al componimento segue un breve testo inedito dell'autore.


Ritorno di nuovo sul virus perché pandemia e post-pandemia continuano a essere ‘rumori di fondo’ che distraggono/attraggono l’attenzione. La quale sembra (purtroppo) ancora largamente attestata sul trinomio malattia/contenimento/ritorno alla normalità, e, con ciò, pare alimentata e sostanziata da automatismi che ne vengono a inibire la consapevolizzazione, l’approccio disincantato, l’interrogazione sulla novità ed eventualmente su come leggerla. Cercare una scappatoia da questo cul de sac, o almeno un pertugio da cui guadagnare una visione un po’ più prospettica diventa a questo punto esigenza impellente.
Il 17 ottobre, dopo una lunga malattia, è mancato Rudy Leonelli, una figura importante dei movimenti bolognesi e un intellettuale che, a partire da quei movimenti, aveva svolto delle ricerche e un’attività che hanno avuto un respiro nazionale e internazionale.
Hybrid Warfare è un concetto recente ma di grossa portata teorica, legato al pensiero bellico e riguarda l’osservazione della mutazione della guerra che, non solo, come negli anni 90 la si vuole sempre meno decisa nel conflitto sul campo ma, soprattutto, comprensiva del potere distruttivo delle tecnologie. Insomma già dagli anni 90, quando nella teoria della guerra si impone il concetto che vuole ogni attività umana trasformabile in attività bellica, nel momento in cui il conflitto sul campo è sempre meno efficace per risolvere le controversie, l’attività umana tout court diviene strumento di guerra. Concetti oggi maggiormente validi nel momento in cui l’intelligenza artificiale diviene sempre più strategica sia negli strumenti della guerra che dell’agire quotidiano.

La considerazioni sulla struttura della Stiftung come spazio-tempo che abbiamo fatto nella puntata precedente non sono che l’altro lato delle implicazioni di tale concetto dal punto di vista del trascendentale storico, del rapporto fra idealità, empiricità e storicità e dell’intersoggettività. Per illustrare tutto ciò, ripercorrerò un fondamentale saggio di Merleau-Ponty del 1951, dal titolo Il filosofo e la sociologia. La storia diventa contatto con gli altri uomini - altri come corpi e natura, come spazio e come tempo; e fra il suo concetto e l’intersoggettività viene istituito un legame strettissimo. Essa diventa anzi uno degli esempi più caratteristici dell’aspetto della nostra esperienza.


La recente ondata pandemica sta ingenerando un profondo mutamento dei rapporti sociali, dei comportamenti delle masse e una più radicale modificazione del sentimento del tempo, degli stili di vita, delle attese e delle prospettive. Per quanto radicale sia questa trasformazione, in realtà ci mette di fronte a una riconfigurazione antropologica che era già in atto e che dunque, come spesso accade nei grandi momenti di svolta, ha subito un’accelerazione dettata dall’urgenza di rispondere all’ “inaspettato”, o meglio a ciò che si era presunto, ma che si è preferito non affrontare preventivamente. Sono diversi i fattori che concorrono a rendere opaco e fittizio il tempo che stiamo attraversando. Il “parco umano” evocato da Sloterdijk è un parco addomesticato, che nel suo addomesticamento ha ampliato la sfera del suo agire sulla natura, sull’ambiente, sul lavoro etc.
Un film ambientato nel nostro presente può mostrare i personaggi senza mascherina? Al momento questa è senza dubbio la scelta prevalente, se si guardano le ultime uscite nelle sale cinematografiche e ai festival. Il cinema preferisce far finta che l’apparenza del mondo sia rimasta quella dell’era pre-Covid. Se si intende il cinema come “intrattenimento” la scelta risulta abbastanza normale, in linea con il desiderio di regalare allo spettatore un po’ di evasione dalla realtà. Il cinema toglie la mascherina dagli schermi nel tentativo di riprodurre il sollievo che si prova quando ci si toglie la mascherina nella vita quotidiana. Come dimostra la salute del genere horror, anche la paura può essere un sollievo, se diversa da quella rappresentata dalla pandemia.  Ma questo può assumere una sfumatura psicoanalitica, che richiama il concetto di denegazione, la volontà di cancellare una verità scomoda per il soggetto.
Tra la seconda metà degli anni Sessanta e per tutti gli anni Settanta abbiamo avuto la produzione fumettistica più importante al mondo. È una provocazione ovviamente, ché sarebbe impossibile trascurare (solo per dirne alcuni) la rivoluzione dell’Underground Comix americano o la produzione di Will Eisner, il gegika giapponese, il sovvertimento formale dell’opera di Moebius o quello più sottile di Tardi in Francia, la particolare compenetrazione di avventura, fantascienza e militanza politica del fumetto argentino e lo sperimentalismo nell’opera di Alberto Breccia. Eppure rimango convinto del fatto che il nostro fumetto di quei quindici anni non abbia avuto ancora il riconoscimento che merita.