Copertina courtesy Galleria MASSIMO DE CARLO
SANFORD BIGGERS, Of Dusk and Dawn, 2022, Ex. Unique within a series. Marmo galala beige. Courtesy Massimo De Carlo


Il trentesimo anniversario della strage di Capaci suscita la necessità di sviluppare una riflessione sulla mafia, che, partendo dalle rappresentazioni della criminalità organizzata, approda dentro i rapporti del potere, fino a mettere in luce come, la cosiddetta “emergenza mafiosa”, arrivi a legittimare quello stato d’eccezione (Schmitt, 1982; Agamben, 2003) di cui si nutrono i rapporti di potere esistenti.
Davanti a ogni pratica di appropriazione di un’immagine ci siamo abituati ad andare in cerca di intenti manipolatori. Peskov lo sa, per questo sembra dire di continuo, cambiando qualche lettera a Shakespeare, “the war is a stage”. L’adesione a tale deriva à la Baudrillard per cui non esiste più la realtà ma solo la sua rappresentazione può apparire inaspettata da parte di un portavoce di Putin, ma è piuttosto coerente con il tentativo di creare un certo tipo di messa in forma linguistica del conflitto (“operazione speciale” e non guerra; “denazificare l’Ucraina”), in modo da sfruttare, anche inconsciamente, i dubbi, le malizie, lo scetticismo e le incertezze che ormai fanno parte del nostro modo di pensare.
La relazione autentica del “noi” all’interno di un mondo in continuo mutamento diventa sempre più difficile da ricercare. Se volessimo far riferimento al pensiero di un famoso filosofo, Martin Buber, sorgerebbe spontanea la domanda: come si pone l’essere umano di fronte al mondo e alle sue relazioni?




Controllare è deviare “affetti” verso le motivazioni immanenti all’economia politica contemporanea. Le coscienze si prefigurano quale meta-mercato a uso e consumo del marketing. Il mal-essere corrisponde, quale ontologia dell’affetto-triste-chiave, a questa economia libidica. Come resistere allora a uno scenario catastrofico così delineato? Può darsi una forma di resistenza?
Mi è capitato recentemente di ritornare su alcuni testi che hanno a che vedere con la singolarità del fare teatro: il “manifesto di meno” di Gilles Deleuze, il Riccardo III nella rilettura di Carmelo Bene, alcune osservazioni benjaminiane riprese da Francesco Muzzioli nel suo Brecht con Benjamin. Contro l'immedesimazione . Ma non posso dimenticare Ferruccio Masini e la sua preziosa raccolta dedicata appunto a Brecht e Benjamin. Scienza della letteratura e ermeneutica materialista .
Sarà necessario, un giorno, rileggere la pandemia da un punto di vista non più neutro, come ha inteso mostrarsi (o ci è stato mostrato) in fin dei conti quello scientifico, ma da un punto vista più propriamente politico. Perché la vicenda Covid-19 esprime in sé, in modo ben diverso a dire il vero da come si è svolto il dibattito su questo tema, il contemporaneo rapporto tra popolazione e governo all’interno del neo-liberismo.

Per Valerio Evangelisti
Paolo Missiroli
Valerio Evangelisti è morto. Si moltiplicano gli elogi funebri sul “maestro del fantasy italiano”. Idea di una letteratura ancorata al contenuto, più che alla forma: si ricorda l’autore per i generi che ha affrontato, per le storie che ha raccontato, non tanto per come lo ha fatto. Destino curioso per un autore come Evangelisti e tuttavia forse non così impensabile, già prima della sua morte. Chiunque abbia letto Evangelisti non può che essere rimasto colpito dal modo in cui scriveva. La scrittura secca, asciutta, priva di pretenziosità, lasciava quasi sospettare una scarsa abilità espressiva. Solo nel corso della lettura si rivelava essere, questa forma, assolutamente funzionale al contenuto.
Il femminismo, in questi anni difficili, ha costituito forse l’ultimo centro propulsore di teorie e pratiche contro-egemoniche, manifestando una considerazione lucida nell’analisi dei nodi critici dell’esistente e non perdendo di vista le dinamiche effettive del dominio. Ma, insieme alla “forza” (che non si riduce mai ad affermazione di potere) del femminismo come pensiero in grado di produrre discorsi non assimilabili a una tradizione appestata di morte, la crisi ci ha messo addirittura di fronte alla cattura di posizioni dichiaratamente femministe nelle miserie della guerra.
È sotto gli occhi di tutti, in questi primi mesi del 2022, la battuta d’arresto che la lotta alla crisi ambientale ha subito a causa della guerra, riemersa tragicamente nel Vecchio Continente con la sua barbarie e la sua malsana fascinazione, con la minaccia, sempre viva dopo il secondo conflitto mondiale, della distruzione totale. In questo quadro, la questione dei rifornimenti di gas, il dibattito sul ritorno al nucleare e alle centrali a carbone, lo sforzo economico degli stati europei per il riarmo sembrano avvisaglie di una dilazione a tempo imprecisato del compimento dei progetti per un cambiamento concreto in direzione di una prassi eco-sostenibile.

Fa una certa impressione come, allo stesso tempo ed in modo apparentemente incoerente, lo stato d’eccezione – o emergenza – sia sulla bocca di molti e a molti altri sia sconosciuto in una misura altrettanto diffusa. Per quanto ciò possa essere illuminante, non è un problema di per sé, né per l’una né per l’altra attitudine e realtà. Anche se probabilmente il fatto che a molti il significato sia sconosciuto potrebbe valere come termometro possibile della consapevolezza del rapporto tra politica, diritto e libertà.
È possibile favorire la coesistenza nella diversità senza imporre, attraverso la violenza, la prevaricazione di un'istanza sull'altra? Si tratta del problema per eccellenza della nostra contemporaneità, del Grundproblem: esso vale tanto per la fattispecie politica e geo-politica, quanto per le problematiche insite nella crisi ecologica e nella catastrofe planetaria del cambiamento climatico.
Il tempo, a Palermo, scorre diversamente. Come per attrito. Più dimensioni temporali qui si incrociano, e si sovrappongono. Come nelle sue chiese, che sono meraviglia proprio per questo, per gli stili che stanno insieme, lingue diverse che si mischiano, una babele armoniosa, un punto d'equilibrio miracoloso, che ti pare fragilissimo ed eterno insieme. Ti lasci inondare dalla luce della Cappella Palatina, e taci.

Pochi giorni dopo l’inizio l’invasione russa dell’ Ucraina, sui muri di piccole e grandi città di tutto il mondo sono comparse moltissime immagini sul tema della guerra, come già era accaduto per altri conflitti. Una breve ricerca in rete dimostra facilmente che i murales, gli stencil e i poster più diffusi sull’invasione privilegiano due soggetti contrapposti: Vladimir Putin e i bambini ucraini.

Rileggo un libro importante di Corrado Claverini (La tradizione filosofica italiana. Quattro paradigmi interpretativi, Quodlibet, Macerata 2021) e mi vengono in mente un paio di rimandi benjaminiani. Innanzitutto il saggio magistrale sulle “affinità elettive”, laddove si sottolinea come le affinità siano interessanti quando producono delle separazioni e poi l'invito a “tradire” le tradizioni, di qualsiasi tipo, che si presenta come il modo opportuno – forse – per conservarle, quando ne valga la pena, sia ben inteso. I paradigmi in gioco sono rappresentati da Bertrando Spaventa e la sua inaugurale “teoria della circolazione”, Giovanni Gentile e la storia della filosofia, Eugenio Garin e la storia della filosofia, Roberto Esposito e l'Italian Thought
Un bel libro recente (AA.VV., Per non farla finita con la filosofia, a cura di Ubaldo Fadini, editrice Clinamen, Firenze 2021) ha riproposto il tema «che cos'è la filosofia?», un interrogativo che investe questa disciplina fin da quando è nata; ma le circostanze in cui viene riaperta questa questione sono molto legate alla nostra attualità italiana e alle polemiche che la gestione politica e sanitaria del Covid hanno generato: penso, in particolare, alle posizioni assunte da Agamben, Cacciari e dal gruppo DUPRE, coordinato da Francesco Mattei. È certo inquietante pensare che una sezione importante della filosofia italiana, e di quella che si è sempre detta critica, abbia assunto delle posizioni così ambigue politicamente e così dubbie sul piano teorico.
© 2020, Rosemary Valero O’Connel

Credo che nonostante la brevità sia in qualche misura connaturata al linguaggio fumetto o quantomeno alla sua storia ci siamo disabituati ad apprezzare prima, e a fruire poi, il racconto breve a fumetti. Detta in altri termini, abbiamo poco alla volta rimosso la dimensione del racconto dalla nostra dieta fumettistica, ritrovandola solo in forme ibride o in esperimenti riusciti a metà.


Berislav Šerbetić e Vojin Bakić, Monumento all'insurrezione del popolo di Kordun e Banija, 1979–81. Petrova Gora, Croazia, Photo credit  Sandor Bordas
Negli ultimi anni, specialmente dal 2020, si è tornati a riflettere sulla questione dell’iconoclastia. Non solo nell’ambito di studi accademici, ma anche nel contesto più ampio della cosiddetta sfera pubblica non sono mancate occasioni per affrontare il tema. Occasioni, spesso, sprecate, vista la generale tendenza a creare polarizzazioni ed emettere giudizi sommari tipica dei media (soprattutto di quelli nostrani). In questo ritorno di fiamma dell’iconoclastia fa allora specie – non fosse per un ottimo articolo uscito sul Domani lo scorso gennaio – la relativa mancanza di attenzione verso fatti come quelli avvenuti, e tuttora in corso, in Croazia.

I mesi, ormai si può dire addirittura gli anni, passano e l’arena socio-politico-mediatica continua a restituire, nel controluce di avvenimenti, notizie e scoop giornalistici, il balletto di pandemia (endemia?), cambiamento climatico, quarta rivoluzione industriale, sesta estinzione di massa ecc. ecc. Se questo accade ci sarà un perché; ma prima delle risposte, complessivamente ancora più o meno allo stato di ipotesi azzardose, mi sembra opportuno interrogarsi sull’esistenza di esigenze/emergenze, e in caso riservare loro attenzione.
A. Rainer, Messerschmidt Series, 1976–77, collezione privata © Arnulf Rainer
Arnulf Rainer (1929) entra in sintonia con il pensiero fenomenologico, nell’idea che la gestualità sia già di per sé coscienza, rivelazione di un’attitudine del soggetto, modulazione del proprio essere-nel-mondo. D’altra parte, questa stessa idea corroborava, insieme a tante altre riflessioni affini, il fenomeno artistico europeo più significativo degli anni Cinquanta, quello dell’Informale, che lo stesso Rainer ha interpretato mediante la poetica della Atomisation.

Tania Bruguera, Sin Título (Habana, 2021), 2021, installazione e performance. Courtesy l’artista, ph. Claudia Capelli
Inscrivibili all’interno di uno sviluppo in chiave concettuale dell’opera d’arte, le operazioni di Tania Bruguera (L’Avana, 1968) si caratterizzano per un aspetto trans-disciplinare che si pone in posizione di rottura nei confronti dei confini tradizionali dei media artistici — pittura, scultura e performance. Prendono così forma delle installazioni esperienziali, potremmo dire, che a strutture solide, plastiche, affiancano il ruolo performativo sia dell’artista stessa, sia dello spettatore, rendendolo partecipante attivo.

L’apparente ritorno alla normalità, l’aspirazione a pensare che le cose prima o poi torneranno com’erano, testimonia la difficoltà nel fare i conti con quanto è già accaduto, quanto sta accadendo. Come indicava Gorz negli anni 2000 la critica delle condizioni di vita, del lavoro, non solo risulta ancora necessaria, ma deve adottare anche una prassi capace di operare già nel presente nei termini di ripensamento complessivo del contesto in cui ci troviamo proiettati.
Ecologia e cambiamento
Marco Papetti
Anche senza condividere i presupposti della filosofia di Severino, ci si può servire di questa posizione per definire meglio i tratti di un paradigma filosofico che cerchi di rispondere alla crisi ecologica odierna. Se è evidente che il trionfo della volontà di potenza causato dall’incontro tra la filosofia-sottosuolo del nostro tempo e la tecnica non può in alcun modo portare a una relazione ecologica tra la produttività umana e il mondo, è però necessario chiarire quale sia precisamente il discrimine tra la situazione immaginata da Severino e una razionalità ecologica, benché possa apparire scontato.

Studio Azzurro, Il colore dei gesti, Ph. Studio Azzurro
Tre opere scandiscono l’ambiente sensibile pensato da Studio Azzurro per inaugurare il nuovo spazio Think Tank di Monopoli (Bari). La mostra prende il titolo di Meditazioni Mediterraneo e si colloca all’interno della riflessione – avviata nel 2002 e gemellare al progetto Rivelazioni Mediterraneo – che cerca di riportare alla luce, quasi con fare archeologico, le contraddizioni di cui da sempre è teatro il Mare Nostrum: scontri e incontri, affinità e divergenze tra culture differenti.


Stand up è il titolo della recente traduzione italiana di due scritti di Nathalie Quintane del 2014. Il primo testo, intitolato appunto Stand up, racconta Una visita di Marine Le Pen in provincia; il secondo ha invece un titolo meno esplicativo, Le preposizioni, e parla di povertà. Si tratta di uno scritto, forse non sufficientemente noto, che è in grado di cogliere un nodo centrale del problema della povertà e delle sue narrative.
Senza Titolo (La Pittura 5)
Carmen Lorenzetti
La mostra STOP PAINTING alla Fondazione Prada di Venezia è congegnata in maniera esemplare dall’artista svizzero Peter Fischli, che per rendere evidente in modo programmatico la macchina espositiva, propone al piano terra il modellino della mostra che si staglia davanti allo sfondo di tessuto del “quadro” di Emil Michael Klein, estrema propaggine di tutta una tradizione iniziata con Blinky Palermo negli anni 60 (di cui c’è un esempio al piano nobile). Già all’entrata è evidente il gusto teatrale e paradossale di fine drammaturgia con cui Fiscli interpreta il progetto.


Francesca Rigotti si è cimentata con il termine «buio», sdoganando questo concetto dall’alone pessimistico che lo segue in tempi di pandemia, che lo rende metafora vivente di oscurantismo: «Il buio ci serve per pensare, ed è qui che il suo sapere risuona con maggior vigore: per concentrarci, entrare in rapporto col nostro centro, chiudiamo gli occhi, come se il buio producesse una capacità di visione interna. Chiudiamo gli occhi anche per assaporare più intensamente il piacere, di un rapporto amoroso o dell’ascolto di un brano musicale... ».
Yakov, o della libertà
Margherita Pascucci
In questi giorni sembriamo dimenticare che costruire la propria libertà passa costitutivamente attraverso la creazione della libertà per gli altri. Ma è difficile comprendere quell’univocità della mutua immanenza (il continuo amore, direi, tra natura naturans e natura naturata) che permette a tutti e a ciascuno di essere liberi, mutualmente e immanenti. È quel diventare minoritari e rivoluzionari, l’essere di sinistra, avrebbe detto Deleuze, che ‘percepisce prima l’orizzonte, all’orizzonte’, e soltanto dopo se stesso.
“Ciò che mi interessa è la costruzione di una società in cui la creatività è una condizione di massa e non un dono riservato a pochi eletti, anche se la metà sono donne”, così scrive Silvia Federici in Rimettere il femminismo in piedi, individuando inoltre nella collaborazione una strategia per incrementare efficacemente la potenza delle donne nelle lotte di sottrazione alle logiche borghesi-capitalistiche. È ancora dal femminismo che derivano numerosi stimoli per ripensare a una liberazione della creatività e mi riferisco, in questo caso, al prezioso archivio della rivista Effe.