20.03.2021
La storia vista da Istanbul
Manlio Iofrida

5. Da Goethe, e dalla letteratura mondiale, il nostro obiettivo si sposta a Istanbul nel periodo della seconda guerra mondiale: per uno dei tanti paradossi che stiamo inanellando, è nella ex-capitale dell’Impero ottomano che viene scritto il libro più importante sulla cultura occidentale, e anche sulla storia, che sia uscito nel secolo scorso, Mimesis di Eric Auerbach. Auerbach è in fuga dalla persecuzione nazista, che ha precipitato nell’abisso la Repubblica di Weimar, e il suo discorso ha dei significativi parallelismi, anzi dei nessi essenziali con quello dell’altro grande ebreo che nello stesso giro di anni sta ripensando la storia dell’intera civiltà occidentale, Edmund Husserl.

L’esilio di Auerbach a Istanbul ha nutrito molta retorica sullo sguardo a partire dall’Altro che la Turchia gli avrebbe dischiuso: senza considerare il dato storico, di cui il grande filologo era perfettamente consapevole, che egli si trovava lì proprio per l’attuazione di una delle più spietate occidentalizzazioni di un paese islamico, quella di Atatürk (di cui per giunta oggi vediamo la crisi radicale, con la reislamizzazione del paese che sta effettuando il “Sultano” Erdogan). Molto più semplicemente, escluso e isolato in una terra radicalmente straniera, come per una sorta di bizzarro e tragico esperimento in vitro, nel momento più grave della storia e della cultura occidentale, Auerbach è indotto a farne una ricostruzione complessiva, che è insieme la rivendicazione della unità e continuità straordinaria di una tradizione e la coscienza della sua crisi radicale; la crisi non ha però per lui nessun connotato di necessità, non c’è nessun compiacimento pessimistico, nessun rivoltarsi nichilistico nel “negativo”: piuttosto, una filosofia della storia che è una sorta di apocalittica paradossalmente non catastrofista, una profezia che nel gran disastro intravede un possibile esito positivo.

Il libro, come è noto, ricostruisce l’evolversi della letteratura occidentale dal punto di vista della nozione di “realismo”, o meglio di “realtà rappresentata”: erede di Goethe (la cui autobiografia suona Poesia e verità ), Auerbach non considera la letteratura solo come una finzione, ma come un altro modo di attingere la verità, diverso, ma non contraddittorio rispetto a quello della scienza. L’artista manda ai suoi posteri un messaggio che manifesta e conferisce relativa eternità al suo “mondo”, cioè all’ambiente fisico e umano, alla natura e alla società che lo circondano.

Nel primo capitolo del suo testo, i punti di partenza scelti da Auerbach, che sono delle strutture, dei veri e propri archetipi di tutta la letteratura occidentale, sono Omero da un lato, il narratore biblico, in particolare quello del sacrificio di Isacco dall’altro. Il primo ci trasmette un mondo senza ombre, senza sfondo, senza nulla di nascosto: tutto è pieno, nitido, ben definito, gli elenchi sono completi, la narrazione scandita da passaggi meticolosi; siamo di fronte a una compatta superficie oggettiva, che non lascia spazio a soggettività e interiorità; il secondo ci dà pochi cenni, la sua narrazione è rotta e discontinua, è uno squarcio di luce nella tenebra, contiene “sfondi molteplici e richiedenti interpretazione”, rappresenta il divenire storico e il problematico; e le vicende che sono evocate sono non solo eventi esteriori, ma drammatiche vicende spirituali, storie di anime, di sentimenti, di peccati e redenzioni.

Ma a questo punto, in questa delineazione di due stili il cui carattere è stato finora di contenuto prettamente letterario, l’autore fa irrompere un elemento inconfondibilmente politico: la narrazione omerica è narrazione prettamente signorile; gli umili, i semplici non compaiono che come appendici di nobili e sublimi eroi, laddove la Bibbia coinvolge nelle sue vicende altamente spirituali tutto il popolo, di cui Auerbach dice che “avvertiamo di continuo i suoi moti, spesso tumultuosi” e che dalla sua “indomabile spontaneità politico-religiosa” si originano le profezie, concludendo in modo non poco significativo:

Si riporta l’impressione che i movimenti in profondità del popolo d’Israele e di Giuda siano stati di tutt’altra specie e più elementari
perfino di quelli delle posteriori democrazie antiche (Mimesis, tr. it.Torino, Einaudi, 1991, vol. I, p.26).

Ora, il senso di tutta la narrazione della vicenda delle letteratura successiva si compendia proprio in questo punto politico: il realismo occidentale sarà la progressiva capacità di rompere la separazione di alto e basso, di poter esprimere fatti sublimi in stile “comico”, in definitiva di dar pari dignità a ogni vivente, anche a quello più “basso”, più gerarchicamente svalutato. Il telos della cultura occidentale, l’entelechia incistata nella sua letteratura ha questo carattere radicalmente ugualitario, tende alla democrazia, anche se non a una democrazia astratta, poiché, da buon discepolo di Goethe e anche del Romanticismo, l’Auerbach rifugge gli astratti illuminismi e crede in un’uguaglianza di tutti i differenti: crede che a ogni singola cosa debba esser concesso lo stesso grado di dignità, che l’universale si debba incarnare nel singolare.

Se l’Antico Testamento costituisce già una vigorosa alternativa all’aristocraticismo classicista, ancora più lo sono, per Auerbach, il
Cristianesimo e il modo con cui Dante, al culmine della vicenda medioevale, interpreta quest’ultimo. Assolutamente strategico, in questo senso, è il capitolo sul canto di Farinata, in cui Auerbach distilla il senso complessivo dei suoi studi danteschi: quel canto è un esempio elettivo del fatto che il Cristianesimo di Dante significa che la passione di Cristo ha segnato la definitiva riconciliazione fra terra e cielo, fra sensibile e intellegibile.

Nell’Inferno dantesco, e nelle tre cantiche in generale, Farinata e i vari personaggi da Dante incontrati portano l’essenziale della loro terrestrità, delle loro passioni e della loro soggettività. Al complesso del mondo evocato da Auerbach nelle tre Cantiche si può estendere la qualifica di figuralità che è per Auerbach la chiave del realismo dantesco: ormai il divino è incarnato e l’eterno non potrà essere cercato che nell’al di qua, ormai anche ciò che è più umile può e deve essere il riflesso, la manifestazione dell’eterno.

Dante fondatore della letteratura volgare mondiale è dunque, secondo Auerbach, anche colui che apre la strada a una secolarizzazione radicale: una volta che il Padre si è così radicalmente incarnato nel Figlio, una volta che il materiale, il sensibile, il terrestre e corporeo sono stati così altamente valorizzati, la strada è spianata per il Rinascimento, per Rabelais, per il
“realismo creaturale” (di cui pure Francesco d’Assisi è grande iniziatore) e per Montaigne.

Mi fermo un momento in questo sinteticissimo resoconto dei temi principali di Mimesis per far rilevare come qui, quatto quatto, nel nostro discorso ha rifatto capolino il vecchio Hegel: infatti Auerbach è esplicito nel riconoscere che, per la sua interpretazione di Dante, sta seguendo proprio alcune pagine dell’ Estetica (oltre che delle convergenti considerazioni di Schelling). In quelle superbe pagine Hegel affermava del poema dantesco che nell’eternità e immutabilità dell’agire divino esso “inserisce il mondo vivente dell’agire e del patire umano, anzi delle imprese e dei destini individuali”, tanto che

anche quel che nel mondo vivente vi è di più caduco e transitorio se ne sta davanti a noi in modo completamente epico, oggettivamente fondato nel suo più intimo, giudicato nel suo valore e disvalore mediante il concetto supremo, Dio. Infatti quali gli individui erano, nel loro fare e patire, nelle loro intenzioni e nelle loro realizzazioni, così sono qui per sempre, pietrificati come statue di bronzo, . (Estetica, tr.it.Torino, Einaudi, 1967, p.1235).

Custode geloso e fedele dell’eredità di Hegel, Auerbach non si ferma però al suo idealismo e alla sua teologia protestante: la strada aperta da Dante sarà continuata, e anche trasformata nel XIX e nel XX secolo; ci sarà la Rivoluzione francese e solo dopo di essa saranno possibili Balzac e Stendhal; ci sarà poi la crisi del XX secolo, e anche la Woolf, Proust e Joyce entreranno nel registro del “realismo” auerbachiano come tappe culminanti; e a questo punto vedremo anche il pieno dispiegarsi della filosofia della storia
auerbachiana come apocalittica e profetismo laici e aperti al contingente, alla crisi e alla possibilità del negativo. Di ciò, nella prossima puntata. (continua)