La libertà dei moderni paragonata a quella dei contemporanei
Gianluca Viola

10.12.2021

In queste difficili settimane, in cui l'attenzione mediatica e sociale è monopolizzata dal dibattito intorno al green pass, si fa un gran vociare - stando sempre e comunque ben attenti che questo vociare non si trasformi mai in vera riflessione – attorno al concetto di libertà.

Mentre da un lato i governanti e i loro portavoce insistono nell'evocare il fantasma delle limitazioni della libertà individuale, lockdown e restrizioni varie, nel tentativo un po' goffo e, a tratti, grottesco di convincere il maggior numero possibile di persone a vaccinarsi – salutando il vaccino come lo strumento che ci consentirà di "ritornare alla libertà" -, d'altro lato le piazze no green pass tingono i propri cortei d'invocazioni costanti alla libertà - che secondo alcuni sarebbe minacciata dal dispositivo del green pass, secondo altri dal vaccino stesso – producendo uno scrosciare d'applausi tanto fragoroso da lasciare piuttosto interdetti molti dei commentatori.

Di che libertà parlano i manifestanti? C'è un concetto di libertà che giustifichi questa così chiassosa adesione? E a quale libertà fa invece riferimento il governo e che si tratterebbe di ritrovare alla fine della campagna di vaccinazione? Esser d'accordo con una posizione, o con l'altra, significa dunque condividere un certo concetto di libertà che è oggi alla prova dei fatti di fronte alla proclamata emergenza pandemica?

In una puntata del talk show L'infedele, nel 2004 – facilmente recuperabile su Youtube - il cui tema era il nichilismo e in cui intervenivano alcuni dei maggiori filosofi italiani dell'epoca, Emanuele Severino racchiude in una boutade questo sentimento di confusione rispetto al concetto di libertà, quando dice: "Si pronuncia libertà e tutti battono le mani; amore, e tutti battono le mani. Invece sono i problemi più grossi!".

La tradizione liberale ha a lungo insistito sulla distinzione tra almeno due diversi significati di libertà, che eliminano alla radice l'univocità che si vorrebbe attribuire a questo concetto.

Soprattutto Benjamin Constant ha sostenuto - da critico degli esiti sanguinari della Rivoluzione Francese e delle concezioni di Rousseau e del suo "discepolo" Robespierre - l'esistenza di due libertà distinte, una propria del mondo antico e l'altra, invece, propria della modernità: "il fine degli antichi era la suddivisione del potere sociale tra tutti i cittadini di una stessa patria: era questo ciò che chiamavano libertà. Il fine dei moderni è la sicurezza nei godimenti privati; e chiamano libertà le garanzie accordate dalle istituzioni a questi godimenti." (B.Constant, "La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni", Einaudi, p. 16).

E nel secondo Novecento, il teorico Isaiah Berlin parlerà di libertà negativa, come assenza di vincoli ingiustificati per l'individuo, nel senso della libertà dei moderni di Constant e di libertà positiva - conseguenza della prima forma di libertà - come diritto di auto-determinarsi dell'individuo.

La libertà negativa deve essere affermata primariamente, poiché, seguendo ancora Berlin, essa si pone a garanzia dei diritti dell'individuo contro il potere dello stato autoritario o dittatoriale, che può invece piegare a suo piacimento il concetto positivo di libertà, per trasformare quest'ultima nel suo opposto.

Questi concetti politici saranno esasperati, nel più recente passato, dal cosiddetto neoliberismo, che spingerà ancora di più l'acceleratore sull'idea di una libertà, in questo caso economica, sempre più netta rispetto alle imposizioni e alla regolamentazione statale.

Il neoliberismo, scontrandosi con le tensioni del mondo contemporaneo, ha in qualche modo smentito le pretese di Berlin: il regime militare di Pinochet in Cile e alcune dinamiche della politica di Thatcher e Reagan hanno dimostrato che non è affatto vero che laddove la libertà negativa è assunta a valore dominante - libertà che in Cile non valeva per gli oppositori politici, ma solo per le grandi multinazionali e per i capitali internazionali – non possano darsi governi repressivi o fortemente disciplinari.

Michel Foucault ha analizzato in maniera precisa le dinamiche del trionfo di questa libertà invocata dai filosofi liberali e messa al centro dell'agenda politica degli ultimi quarant'anni circa; si può dire che, in un certo senso, il passaggio dalla società disciplinare alla società di controllo si gioca molto sulla centralità di questo concetto.

Secondo il filosofo francese, la libertà non può essere considerata né un valore universale, né un oggetto del pensiero, né un ideale verso cui tendere: essa è sempre un rapporto tra chi governa e chi è governato, che si stabilisce secondo le condizioni storiche, sociali e politiche di volta in volta dominanti.

Nel caso del liberalismo – che Foucault riconduce alle misure economico-politiche introdotte a partire dal XVIII secolo – questo rapporto passa attraverso non l'affermazione di una libertà posta a priori e perciò vincolante, quanto piuttosto attraverso una dinamica di produzione e consumo della stessa.

Il liberalismo politico e il neoliberismo economico creano le condizioni a partire dalle quali si può parlare di libertà e, inoltre, forniscono un insieme di strumenti per la promozione di questa stessa libertà nel momento stesso in cui ne consumano altrettanti per alimentare il sistema produttivo.

In questo senso, la libertà diviene un dispositivo di controllo, strano vicolo cieco forse impensabile per i teorici del liberalismo classico: nel momento in cui il liberalismo si fa produttore di libertà, impone anche i limiti non solo all'esercizio della stessa, ma soprattutto alle sue condizioni di possibilità.

Nel liberalismo, essere libero significa poter essere "libero di essere libero" - un altro vicolo cieco. In uno dei suoi corsi al Collège de France, Foucault sostiene infatti che: "Da un lato occorre produrre la libertà, ma questo gesto implica, dall'altro, che si impongano delle limitazioni, dei controlli, delle coercizioni, delle obbligazioni sostenute da minacce e così via." (M.Foucault, "Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France 1978-79", Feltrinelli, pp. 61-62).

Siamo già oltre il paradigma del liberalismo classico, oltre la libertà dei moderni: la libertà del mondo contemporaneo, strutturata dal neoliberismo capitalista, prodotta in serie dall'ideologia del mercato e continuamente rigurgitata dalla società del consumo illimitato, sembra essere una forma assolutamente particolare di disciplina, come aveva profetizzato George Orwell - un autore di cui oggi spesso si abusa.

Dopo questo sintetico e assai limitato excursus, torniamo alla nostra attualità: si pronuncia libertà e tutti quanti battono le mani. Se è certamente miope la richiesta di libertà che proviene dalle piazze – spesso basata su un'ideologia più o meno consapevole d'individualismo assoluto, che rifugge come vestigia dittatoriali ogni limitazione in nome del bene collettivo, del bene comune – altrettanto miope appare la libertà a cui fanno invece riferimento le forze governative, libertà che può essere tolta e restituita per decreto, così come si accende e si spegne una lampadina attraverso un interruttore.

D'altra parte, la libertà, nel senso politico, non ci è data una volta per tutte né risiede, quasi misticamente, nella natura umana, ma è, come spiegava lo stesso Foucault, un "insieme di pratiche" che possono risalire fino all'antichità e che devono essere messe alla prova giorno per giorno, a stretto contatto con la realtà concreta della nostra esperienza sociale e politica.

Naturalmente, non sbaglia chi sostiene che la situazione pandemica stia portando ad una ristrutturazione del sistema capitalistico neoliberale in cui nuove forme di produzione e di consumo della libertà stanno per essere sperimentate; non solo lo spauracchio del controllo sociale totale attraverso la tecnologia, sul modello cinese, genera preoccupazioni comprensibili e condivisibili, ma c'è da tenere in considerazione le modalità attraverso le quali il concetto contemporaneo di libertà potrà o no resistere di fronte allo scenario non solo riguardante il Covid, ma anche e soprattutto la crisi ecologica.

Si tratterà, a mio avviso, di guadagnarsi non una nuova libertà, ma un nuovo concetto di libertà, che si liberi, a sua volta, dalle scorie che esso si trascina dietro da secoli: una libertà che spezzi la catena di montaggio della dinamica produzione-consumo e che possa condurre ad una soggettività post-individualista senza perciò cadere vittima di un potere politico totalizzante. Una libertà strettamente legata a quella critica dell'attuale, che è critica innanzitutto riversata su di sé, che Michel Foucault auspica alla fine della sua carriera e della sua vita.

Nelle piazze no green pass e nei discorsi dei governanti non c'è la neppur minima traccia di ciò, ma solo la riproposizione di concetti di libertà che non hanno più alcuna efficacia né alcun senso nel contesto concreto in cui stiamo vivendo. Se vogliamo davvero essere liberi, dobbiamo al più presto liberarci da questa libertà.