Il liberismo e la povertà
Stefano Righetti

22.10.2021

Noi abbiamo inventato la felicità’ , dicono gli ultimi uomini e strizzano l’occhio (Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi 1968).

Dove non descrive semplicemente l’appartenenza a un’identità nazionale (con la quale la sua definizione può complicarsi in senso autoritario), nella definizione di cittadinanza dovrebbe affermarsi l’esistenza di un diritto che tende a escludere (poiché la previene) la povertà e, dunque, l’ipocrisia dell’elemosina.

Ovviamente, se la cittadinanza non è invece declinata in funzione del principio opposto, anche quando questo si presenta dietro la veste dei buoni propositi e della retorica del "pasto caldo".

A quel punto, delegato all’elemosina il "bisogno", la cittadinanza mostra di fondarsi più su un’assenza "necessaria" di diritti, che non sul loro riconoscimento.

E non è un caso che quest’assenza si manifesti soprattutto quando l’individuo non coopera (o non è più in grado di cooperare) alla realizzazione degli obiettivi che definiscono oggi, in modo incontestabile, il sistema sociale – quelli che, come una banale pittura postmoderna da salotto, hanno ormai assunto la dimensione piatta e monocromatica dei valori di mercato.

Questa carenza di diritti sociali nella società della libertà individuale (così come questa si è venuta definendo nella propaganda neo-liberista degli ultimi trenta-quarant’anni) dovrebbe apparire una contraddizione, invece non lo è. E il fatto che l’ideologia che nega l’esistenza di questa contraddizione sia oggi dominante lo si vede chiaramente dal dibattito sul "reddito di cittadinanza".

La polemica che riguarda il "reddito" ruota intorno a questo punto senza avere mai il coraggio di esplicitarlo. Diciamo che, più o meno sottaciuto, ognuno può riconoscervi l’evidenza di una concezione della vita (individuale e sociale) senza doverne più discutere il principio o la sua necessità.

È infatti evidente che la lotta per l’efficienza produttiva ha ridotto la povertà a una sfera esclusivamente privata, smettendo di farne un problema sociale, o facendola diventare tale soltanto in funzione di quella stessa necessità produttiva data ormai per scontata.

In questo modo, la povertà può essere identificata da un lato come un problema di ordine pubblico, socio-sanitario, di gestione di posti letto eccetera, e dall’altro (quello più decisivo) come diretta conseguenza di una cattiva gestione della libertà individuale in rapporto alle possibilità (ovvero leggi) del mercato.

Una tale semplificazione permette di tagliare via senza troppi scrupoli ogni riflessione sul complesso rapporto tra mercato del lavoro e condizione sociale, sanitaria, possibilità di formazione eccetera; e la questione povertà, ristretta al campo del fallimento individuale (anche questo compreso ormai sul modello del fallimento d’impresa), diventa l’esempio di un rapporto tra individuo e società ristretto a una dimensione superficialmente funzionale, dove la possibilità di integrazione è demandata a scelte che sembrano dover essere, a quel punto, soltanto individuali.

L’elementarietà di certe posizioni politiche ("la gente deve soffrire per potersi affermare nella vita", e dove la vita è ormai solo sinonimo di lavoro) oltre a negare ogni approfondimento della povertà, non fa che schiacciarne il problema all’ambito della responsabilità soggettiva senza alcuno sguardo sulle sue cause sociali.

Invece che certificare l’incapacità politica di saperla prevenire (o comunque attenuare) a livello sociale, la povertà finisce così per rimanere soltanto un’incapacità e mancanza, o sfortuna, meramente individuali, facendosi leggere a quel punto come il segno di una "giusta" sanzione.

E in questi termini la povertà può essere allora consegnata alla retorica sugli "ultimi" da assistere e compatire senza troppi pensieri, affidandone la gestione a forme di lavoro spesso al limite del volontariato, a loro volta sottopagate e con pochi diritti.

Non era però così scontato, per le concezioni politiche che hanno ricostruito l’Europa, diciamo fino al 1989 circa, che la libertà individuale dovesse coincidere con l’illibertà di usufruire, per esempio, di cure adeguate anche se costose; di avere un pre-pensionamento se l’azienda in cui si lavorava chiudeva, ristrutturava o licenziava, senza che si riuscisse a trovare un altro impiego sul "mercato del lavoro"; di avere accesso a un alloggio se non si era in grado di acquistarne o di affittarne alcuno; così come non ci si azzardava, se non in modo provocatorio, a mettere in discussione la generale necessità di alcuni meccanismi di tutela sociale.

Da almeno trent’anni (per quanto da Adorno a Marcuse la cosa fosse già stata ampiamente descritta e annunciata) la condizione del lavoratore-consumatore ha invece preso il sopravvento fino a essere percepita, in molti contesti politici, come il solo e unico modello (e dunque diritto) di libertà.

Nella sua nuova formulazione consumistica, la libertà di ognuno deve allora coincidere "naturalmente" con la propria possibilità di acquisto, la quale certifica il grado di successo del proprio "inserimento sociale", ed è quindi soggetta (per non dire che ne è il riflesso) a quelle stesse leggi di mercato che regolano la partecipazione all’attività produttiva.

Al centro di questa condizione, in cui l’individuo è sempre più considerato come il responsabile ultimo della propria posizione sociale, è data ormai per scontata anche la convinzione (fatta automaticamente propria dal consumatore medio mondiale) che sia possibile porsi come agenti liberi soltanto individualmente, al di là di ogni altra considerazione (o interesse) generale.

È essenzialmente in questa astratta concezione che il concetto di libertà è rimasto a dare un significato (dopo le esperienze degli anni 60 e 70) all’agire individuale. La libertà (che deve appunto tramutarsi in responsabilità) di costruire quello che una certa retorica divenuta ideologia ha chiamato "il proprio successo".

Mentre lo sfondo sociale e economico in cui questa libertà si declina, l’idea che la libertà sia qualcosa che si definisce e si raggiunge attraverso un impegno comune, scompare di fatto dal dibattito, dando per scontato che la condizione sociale del consumatore medio sia anche la condizione "naturale" per l’agire individuale.

Questo asfittico restringersi del concetto di libertà all’ideologia dell’individuo lavoratore e consumatore implica, inevitabilmente, una debolezza politica più generale.

Mentre le dottrine europee che hanno guidato la ricostruzione hanno sentito la necessità (e forse anche l’opportunità) di porre il tema del rapporto tra libertà individuale e benessere sociale, il dibattito politico odierno (recepiti i presupposti dell’ideologia liberista) tende da decenni a negare o a semplificare questo rapporto.

Il risultato è un’idea di individuo che non solo è sempre più isolato, posto in maniera artificiosamente autonoma all’interno della macchina produttiva, ma che è anche chiamato a orientarsi all’interno di essa in funzione di riferimenti che si danno (o tornano a essere) a questo punto essenzialmente morali.

Di una nuova morale, evidentemente, costituitasi in funzione dei principi correnti del mercato, ma non meno esigente dell’antica morale che ha in parte sostituito.

Sapersi comportare in un certo modo, mostrarsi efficienti e determinati, assumere le scelte giuste in vista del proprio inserimento lavorativo (dai corsi di studio che garantiscono le migliori possibilità di lavoro alle successive specializzazioni), gestire opportunamente i propri rapporti sociali (che andranno finalizzati al proprio successo economico), così come saper prendere le giuste decisioni per l’investimento dei propri risparmi, sono solo alcuni esempi di questo nuovo regime morale a cui l’individuo deve sapersi attenere.

Il liberismo richiede a ciascuno il massimo di dedizione e di adeguamento alla sua etica funzionale. Occorre accettarne i principi e regolare il proprio comportamento di conseguenza, di contro alla "chiacchiera intellettuale".

Sennonché, regredito il rapporto individuo-società a questa forma del tutto impalpabile, ma allo stesso tempo rigidamente vincolante, di morale, il dibattito politico deve uscirne in proposte e argomentazioni a sua volta moralistiche e elementari, accettando così, senza farne argomento, l’avvenuta regressione e inseguendola a sua volta.

È quello che vediamo accadere quasi ogni giorno su più piani e rispetto a temi differenti. La mancanza di sicurezza sul lavoro genera drammi che sono raccontati e percepiti sulla base di un sentimento morale del bene e del male, e con un riferimento pressoché esclusivo alla sfera del comportamento individuale; mentre continua a mancare una seria riflessione politica sul diritto del lavoro, sugli strumenti per la sua tutela e soprattutto sul suo significato sociale, in grado di mettere in discussione il fondo grigio in cui quei drammi prendono forma – di elevarli cioè a un valore e un significato sociali oltre che individuali.

Lo stesso avviene col problema della criminalità e, in modo ancor più evidente, è avvenuto e avviene rispetto alle due categorie che questo tipo di moralizzazione della politica ha messo più al centro della sua argomentazione: la povertà e l’immigrazione. Anche rispetto a queste categorie la nuova morale utilitaristica è infatti rimasta l’unico riferimento entro cui restringere la discussione politica.

Il che comporta un atteggiamento generale, nei confronti della povertà e dell’immigrazione, a sua volta semplicistico: da un lato se ne classifica il valore rispetto alla morale utilitaristica del lavoro e della produzione (per cui gli immigrati e i poveri utili sono divisi, per esempio, da quelli che non sono in grado di lavorare e quindi inutili); mentre dall’altro si è ormai diffusa nei confronti delle persone raggruppate in questi due insiemi una risposta pulsionale di rifiuto o un sentimento di vicinanza e compassione che ha preso il posto, nell’opinione pubblica, di ogni possibilità e capacità di affrontarne problematiche (che potrebbero un giorno essere di tutti) in termini di risposta politica e, tanto meno, democratica.

Per altro verso, nonostante quella risposta pulsionale o emotiva implichi già, racchiusa in sé, un’idea di società, questa non è però mai veramente esplicitata e argomentata; e il confronto tra le diverse opzioni e visioni politico-sociali rimane anch’esso a un livello del tutto emozionale, disegnando un conflitto sempre più ridotto, politicamente, ai minimi termini, sulla base delle stesse risposte istintive sollecitate dalla pubblicità.

Le paure no-vax sono in questo senso soltanto la degenerazione eclatante di una risposta ormai generalizzata. Ma razzismo, sfruttamento del lavoro, insensibilità nei confronti dei diritti più elementari, mettono tutti in scena la medesima distorsione politico-morale, dove il piano morale (secondo quella morale utilitaristica di cui abbiamo detto) ha preso ormai il sopravvento e guida per molti versi l’opinione e l’azione politica.

Solo un occhio superficiale potrebbe considerare questo slittamento come un ritorno ai fondamenti (morali) della vita civile.

Tuttavia, dal momento che l’idea consumistica della libertà individuale ha lentamente scalzato dalla definizione di libertà la complessità del suo rapporto sociale, o l’ha comunque notevolmente ridotta, è di questa normo-identità consumistica che ci dovremmo allora preoccupare.

Perché dalla vittoria definitiva di questa tipo di individualità o dalla sua sconfitta (o dalla sua eventuale limitazione: lasciamo una speranza ai riformismi pallidi di oggi) dipende – anche ecologicamente parlando – il destino di tutti noi.

Anche perché è ormai evidente che una tale ridefinizione della libertà in termini superficialmente morali, e dunque privati, è sempre più in conflitto con un qualunque piano politico realmente democratico, in cui la libertà individuale implica il necessario riconoscimento delle libertà altrui come un valore (e, soprattutto, un obiettivo) condiviso. E dove dovrebbe essere anche chiaro che non può esserci alcuna libertà possibile senza una liberazione innanzitutto dal bisogno.

Ecco perché la carità non può essere la soluzione a cui una vera democrazia demanda il tema della povertà; mentre bisogna dare atto che il reddito di cittadinanza persegue l’obiettivo di quella garanzia sociale minima, senza la quale non rimane che la pura alienazione dell’esclusione.

Certo, a patto di avere un’idea di società in cui questa garanzia sia riconosciuta come una necessità fondamentale. Il che è quello che oggi (nella pancia gonfia del grande mercato) sembra mancare sempre più.