MILLEPIANI 42
ECO/LOGICHE
# POLITICHE # SAPERI # CORPI # AMBIENTE #
Tiziana Villani, Ubaldo Fadini

Introduzione


La crescente sensibilità verso le questioni ambientali di questo periodo apre un varco su uno scenario più ampio e difficile, che chiama in causa le trasformazioni antropologiche e tecnologiche del nostro tempo. Ma ciò che si pone come urgenza è la questione della critica del quotidiano come spazio in cui si esercitano, diritti, relazioni, cura. L’essere costretti a fare i conti con i molti limiti che segnano le esistenze: limiti di sostentamento, di risorse che ci costringono anche a riconsiderare il rapporto con la tecnica, con i corpi, con gli spazi che viviamo. L’attuale situazione conosce una gestazione pluridecennale ed è stata alimentata certo dalle spinte sempre più nichiliste del capitalismo odierno, ma anche da sacche di pensiero diverse che hanno preferito ripiegare in ambiti laterali rispetto agli eventi con i quali ci dobbiamo confrontare.

Le catastrofi climatiche, idrogeologiche non sono unicamente l’esito di una presunta natura violentata dall’impronta umana, quanto il risultato di un sistema di sfruttamento su scala globale che annienta i corpi e le condizioni di vita. Da anni nell’ambito di “Millepiani” abbiamo scelto di mettere al centro della nostra riflessione le ecologie, le loro molte declinazioni assegnando però uno spazio centrale all’approccio critico che ha tra i suoi molti riferimenti autori come André Gorz, Félix Guattari, Gregory Bateson, Paul Virilio, ma anche l’elaborazione proposta da autrici come Judith Butler, Donna Haraway, Vandana Shiva, Gloria Anzaldùa.

Il motivo che ci ha spinto a studiare e approfondire questi autori riguarda il fatto che le loro ricerche non sono riducibili al solo ambito ecologico tradizionalmente inteso, piuttosto lo sguardo si apre sulla questione antropologica e della filosofia politica.
La catastrofe ecologica non riguarda solo quella dell’ambiente, delle risorse etc., quanto il sociale e la politica, ambiti in cui le forme della comunicazione svolgono un ruolo preponderante. In linea di principio le nuove tecnologie dovrebbero agevolare modi e forme volti a superare il dissennato sfruttamento dei diversi contesti ambientali, territoriali e sociali. La realtà appare però diversa, agli antichi sistemi di sfruttamento si aggiungono modelli di mappatura e digitalizzazione che incrementano sfruttamento e controllo di diverse aree del pianeta, il tutto si connette con l’affermarsi sempre più predatorio di nuove gerarchie tecno-
finanziarie che prescindono dai contesti materiali e che operano in direzione di un’espropriazione sempre più violenta dei beni minimi necessari alla vita, beni che siamo usi considerare alla stregua di diritti “naturali”.

Le nuove schiavitù, le nuove forme di dominio del “morto sul vivo” e del “vivo sul vivo” ripetono meccanismi arcaici che vengono adeguatamente ri-declinati attraverso i media più “avanzati” del presente. un approccio ecologico alla rivoluzione digitale dovrebbe materialisticamente porsi quest’ordine di problemi che non possono prescindere da un piano etico-politico; piano in questo periodo poco praticato. Il proliferare delle guerre, dei conflitti ci dicono che siamo ancora animali inadeguati e che le
“micropolitiche” di resistenza non appaiono del tutto sufficienti a contrastare lo sconvolgimento in corso.

Le nuove tecnologie, soprattutto quelle della comunicazione modellano dei saperi “situati”, come li definisce Haraway, saperi che non sempre riescono a interagire tra loro e che quindi non sviluppano una visione d’insieme. La passivizzazione di quelle che vengono definite le “competenze” disegna un quadro fosco della tecnosfera in cui le protesi mediali profilano “deserti luoghi”, luoghi di addiction, poiché apprendiamo altri ritmi, più compulsivi e frammentati, l’attenzione è breve al pari di una memoria che
non sedimenta esperienza, ma cancellazione. L’attenzione al piano delle micropolitiche proposta da Félix Guattari può tuttavia indicare un momento di importante attenzione nell’analisi delle trasformazioni anche del desiderio.

L’analisi proposta indaga anche i livelli dispotici di ogni stato di relazione, che investono in primo luogo il piano del desiderio collettivo delle masse e degli individui serializzati. Al contempo, le micropolitiche possono produrre possibilità che permettono di sovvertire i modi “attraverso i quali riproduciamo (o no) i modi di soggettivazione dominanti”. Non troppo tempo fa, Georges Canguilhem sottolineava come i fenomeni di degrado qualitativo, che accompagnano le ritmiche della società cosiddetta industriale, conducano inevitabilmente a stati d’inerzia e di indifferenza complessiva, in definitiva verso la “Morte”.

Oggi in modo particolare è ancora più importante vedere proprio nella morte e nella vita “gli oggetti dell’ecologia”, come suggerisce sempre lo studioso francese, dismettendo abiti ideologici logori che impediscono di osservare senza strumentalizzazioni - come minimo semplificatrici - ciò che accade nei nostri ambiti di esistenza, nei nostri ambienti vitali. E proprio rispetto ai paesaggi di questi ultimi che pare opportuno ripetere come sia importante riuscire ad analizzare gli effetti su di essi delle progressioni tecno-scientifiche (nella loro spesa produttiva) e - insieme - ciò che proviene dalla natura, più o meno in modo spontaneo.

La sensibilità teorica e politica che muove tutto questo è senz’altro sollecitata, com’è ovvio, dalle problematiche indotte dal particolare configurarsi della tecnosfera, il nostro ambiente prossimo, all’interno della biosfera, di un “mondo” biologico, per così dire, caratterizzato da una sua finitezza, dal carattere comunque limitato delle risorse organiche e minerali che possono supportare la vicenda complessiva dell’umanità nel tempo presente del suo articolarsi, del suo evolversi.

Insomma, al di là dei discorsi “liberali”, sempre più flebili, e dei contro-discorsi di segno appunto opposto, ciò che balza immediatamente agli occhi è di nuovo l’idea che la tecnica sia un fatto della vita (così ancora Canguilhem), visto che proprio quest’ultima, con la sua evoluzione, ha portato alla realizzazione di quell’essere naturalmente “artificiale” che noi siamo, per
riprendere qui la lezione generale dell’antropologia filosofica novecentesca, sostenuta da elementi importanti della riflessione in campo biologico. Vale senz’altro continuare comunque, in tale ottica, a ricercare il perché materiale della trasformazione di una regolamentazione parziale della vita (ciò che indichiamo con la “parola baule” della tecnica), intesa nel suo riferirsi ad una maggiore soddisfazione dei bisogni storicamente determinati degli esseri umani, in una sorta di “strumento di sregolamento” che sembra
rimandare ad una polarizzazione cruda e dal retrogusto apocalittico: “la tecnica o la vita”.

Per andare oltre rivestimenti ideologici di scarso significato, ecco allora che uno dei compiti essenziali di una ecologia politica all’altezza delle criticità presenti appare proprio essere quello di ristabilire il corretto rapporto tra la vita e la produzione, supportata in termini tecno-scientifici in modo quanto mai così sofisticato, nel senso di una riaffermazione del carattere di servizio di quest’ultima, altrimenti rimosso dalla regola dominante del produrre illimitato di bisogni insieme a ciò che è tenuto, sempre artificialmente, a soddisfarli. E in tale prospettiva che va assunta con serietà la qualifica politica della sensibilità ecologista, se non si vuole lasciare su un piano di paradossale astrattezza la questione dell’avvenire dell’umano.

E questa sensibilità, per poter fare meglio i conti sulla posta in gioco: la conservazione in vita degli esseri umani, è anche chiamata ad approfondire i motivi molteplici delle trasformazioni radicali, soprattutto oggi, degli spazi all’interno dei quali la produzione capitalista e i suoi effetti complessivi sembrano residuare soltanto situazioni e posizioni di mera subordinazione, di dipendenza piena. uno di questi spazi è quello del quotidiano, attualmente e decisamente sempre di più sollecitato/“stressato”, vale a dire
dell’ambiente nel quale le attività complessivamente riproduttive e di fatto pure oggi direttamente “produttive” conoscono cambiamenti profondi e in ogni caso particolarmente evidenti.

Si sa che proprio nei confronti di tale spazio determinate tradizioni del pensiero critico novecentesco hanno speso risorse
importanti di intelligenza/sensibilità e di grande respiro teorico. Possono così fornire, sotto quella veste, una spinta a riprendere l’analisi in tale direzione, con la consapevolezza che molto è mutato “nel corso del tempo” e che convergenza e divergenza rispetto al precedente quadro d’epoca, ai differenti modi di vita, vanno avanti di pari passo: il compito è appunto quello di cercare una qualche sintonia, di procedere riuscendo a realizzare dei collegamenti effettivi con le loro cruciali ragioni d’essere.


©Tiziana Villani, Ubaldo Fadini (a cura di), MILLEPIANI 42, Manifestolibri 2021.