Cerimonia. Il ritmo, i riti
Massimo Palma

10.10.2021

Cerimonia è tratto dal libro di poesie di Massimo Palma, Movimento e stasi, apparso nella collana ‘Poetica’, diretta da Gabriel Del Sarto e Niccolò Scaffai, per i tipi di Industria & Letteratura, nel giugno 2021. Movimento e stasi affronta i fatti di Genova 2001 e il loro uso nei ricordi. Al componimento segue un breve testo inedito dell'autore.


Cerimonia

due ragazze strette in strada a chiedersi come
non essere viste.
Abbracciate da minuti – vieni e stai ferma
aveva detto. Che non sparano.

Avevano spray colore verde.
Mentre a cento metri spostavano lanciafiamme
il dubbio era se scrivere sul ferro del furto avvenuto
in banca alla fondazione
o solo veloce no logo ancora.

Iscrivere sul muro l’odore di benzina
non sarà come la foto che verrà.

Ora dicono che è uguale per tutti
in tribunale la colpa
di un paese devastato dalla scritta.
Il giudice dice voi voi siete quella parte di paese
che non sa che la fatica
diventa cosa che
ogni cosa è qui per restare
stare fermarsi e fare valore.

Oggi restano ai domiciliari protette dalle norme
dai controlli come hanno fatto
tanti negli anni senza legami
a scambiarsi sorrisi senza
più rabbia
senza baciarsi come fecero in strada allora
quando le guardie per un attimo non
videro che il mucchio di dolore erano due.


Il ritmo, i riti

Cerimonia è la seconda poesia della seconda sezione di Movimento e stasi. La sezione si chiama Movement. Benché Movement parli con qualche aderenza dei fatti di Genova 2001 – delle ‘cose’ che successero nelle strade, della violenza, in breve –, inevitabilmente dopo vent’anni non ha alcuna pretesa di farlo in presa diretta. Anzi, come tutto il libro, interroga le mediazioni, gli ottundimenti, gli spessori che si frappongono al racconto e alla memoria di eventi politici e personali. Che sono impedimenti, pietre d'inciampo per ogni sorta di testimonianza.

Cerimonia vive di molti tempi diversi. Il presente della fotografia che ritrae due ragazze in strada prima del pestaggio, mentre scrivono con lo spray, mentre rovesciano un po’ di benzina. L’imperfetto dell’azione mentre si compie – temere la polizia, scrivere uno slogan, incendiare una serranda – che si mescola al futuro anteriore dell’immagine che ritrarrà la scritta e il fumo.

Mentre fanno l’azione, le ragazze la immaginano. Immaginano di essere viste, dopo, e riconoscersi magari, farsi riconoscere: invece come temevano vengono viste nel presente e per questo – è l’ovvio non detto di Cerimonia – le circondano e le picchiano, molti maschi contro due donne.

Quella violenza lì spegne la complessità della situazione precedente: due ragazze che agiscono perché fa parte della loro lotta pianificata nel trapassato dei mesi precedenti, che adesso hanno paura – hanno già visto cosa accade –, ma hanno fiducia l’una nell’altra. Le guardie che le picchiano non distinguono. Vedono solo che sono femmine e reagiscono anche a questo. Riducono tutti quei tempi a un punto. Il tema della visibilità diventa un mucchio. È uno degli effetti della violenza.

Ce ne sono altri, meno puntiformi. Che si spalmano in un ritmo quasi ipnotico. Il titolo Cerimonia allude al collasso di diversi tempi in una medesima ritualità: ritualità del gesto simbolico di violenza e della sua estroflessione mediatica.

Ritualità del pestaggio – la cerimonia di forze dell’ordine che intervengono come reazione a un’azione. Ritualità della pena erogata e delle motivazioni che la sostanziano. Infine ritualità del tempo della pena, ritmato da regole, svuotato di vita.

L’uso dei ricordi è ostacolato dalla forma della cerimonia, dall’uso ripetuto di segni uguali – dall’assumere questi segni come simboli, come rimando a uno strato di senso superiore alla vita e alla storia.

Le due ragazze si vedono proiettate in un’immagine di movimento, ma qualcuno fotografa contro di loro. Cristallizza la scena, toglie contesto e profondità. L’azione diventa reato. Un reato antico, predemocratico: devastazione & saccheggio.

Qui appare una nuova temporalità, quella del giudice. «Il giudice dice voi voi siete quella parte di paese». Il magistrato le definisce. Parla dall’eternità del codice – è un presente fittizio. Usare quel «voi – voi siete» è parlare dall’eternità, dare una definizione ontologica. L’atto giuridico assume a motivazione una definizione collettiva. Le due ragazze sono «quella parte di paese».

Cerimonia inscena la differenza tra cose e persone, e la commistione di piani quando la devastazione accade. Cerca di istituire piani mimetici. Somiglianze tra cose e persone, tra stati d’animo. Rime tra dolori. Il valore che soffre. Il corpo che patisce. Riflette sul paradosso svelato da un gesto semplice – scrivere slogan, dare fuoco – in un contesto difficile.

C’è un ultimo tempo in Cerimonia, che è quello dell’«oggi», nell’ultima strofa. Qui la mimesi è solo in un residuo, è nella parola che si usa per descriversi. La devastazione di oggi non somiglia a quella di cose e valori di vent’anni fa. Somiglia di più al camminare – loro che erano due, e nell’abbraccio dopo il pestaggio subìto erano una cosa sola – avendo accanto sempre un ‘terzo’. Il terzo per eccellenza, sub specie aeternitatis, è la legge.

Anni e anni dopo, dopo i processi, il carcere, i domiciliari, la legge non forza più, non incide le condotte, ma resta a scandire i tempi di vita delle colpevoli di un tempo con piccoli riti entrati ormai nel sangue. La devastazione è non provare più rabbia, accettare, dopo essere stati parte, che il terzo viva in casa.